Navigare lungo le coste
Tanti titoli diventano poesia
di Andrea Eschbach
Avete mai pensato che i libri, opportunamente impilati, possono dar vita a brevi componimenti in versi? L’idea è venuta a un graphic designer e a una giornalista. È la “poesia dorsale”. Che ora va in mostra.
Un amore visionario per i libri. Per il contenitore e il contenuto. Libri che si affastellano casualmente e si incontrano magicamente. Una pila apparentemente disordinata. Uno scatto. È poesia dorsale. E cioè la poesia che parla il linguaggio dell’immagine. Non poteva essere diversamente, visto che l’ha inventata un giovane, geniale graphic designer e fotografo, Silvano Belloni. È andata così: una sera, comodamente sdraiato su un divano a casa di amici con una fittissima biblioteca in panoramica, ha pensato che sarebbe stato bello fare delle poesie, con tutti quei titoli che si rincorrono, si scontrano, si ammassano.
Un’idea che gli fa visita anche il giorno dopo mentre sta parlando con Antonella Ottolina, giornalista che da 15 anni non fa praticamente altro che leggere («per recensioni, interviste, cose così...») e ha collezionato più libri che acari della polvere. Per farla breve: ad Antonella l’idea piace da matti («come tutte le idee
dei matti») e crea una poesia, due, dieci, trenta. Magari non tutte quel giorno lì, ma comunque «indifferente alla consapevolezza di non aver mai scritto un verso in vita mia e di ignorare struttura, lessico, figure retoriche e tutto quello che c’è da sapere su un’arte gelosamente coltivata da chi, quelle cose, le conosce davvero, per un po’ ho guardato e pensato solo in termini di dorsi e titoli. Quando ho cominciato a sognare epigrafi, ho pensato fosse meglio prendere una pausa».
Alla fine, nello studio di Silvano sono arrivate 60 poesie dorsali per altrettanti still life, di cui 40 “debutteranno” il prossimo 22 settembre in una mostra curata dalla photo editor Chiara Corio in occasione del festival dei piccoli editori “Parole nel tempo”, a Belgioioso, in provincia di Pavia. Chiara, che vive d’immagini - cercandole, scegliendole, trovando per loro il miglior posto a cui possano ambire nel mondo cartaceo - in passato ha seguito diversi allestimenti. Ma, come spiega, «non saprei dire se amo di più la letteratura o la fotografia. Le amo entrambe», ed ecco perché risulta essere una perfetta sintesi del lavoro dei primi due. «In realtà», dice Antonella, «al contrario delle immagini del fotografo, la poesia dorsale alberga nel mondo delle creazioni artistiche senza pretendere di esserne inquilina. Magari cerca un suo piccolo pied-à-terre… È vero, però, che non è facile fare una poesia dorsale che ti soddisfi. Ce ne sono alcune che si accaniscono nell’incompiutezza, e allora comincia una lotta a chi ha più pazienza.
Solo che è come sfidare un gatto a chi abbassa lo sguardo per primo; se dopo un po’ non ti arrendi finisci in psichiatria. Ma per noi resta un gioco, un intervallo nello zapping tra ansia e stress.
Anche se è stato sorprendente scoprire fino a che punto una poesia dorsale non trascini mai lontano da se stessi. Si prende un titolo, un altro, un altro ancora e alla fine ci si rende conto che le parole di qualcun altro stanno parlando un linguaggio di emozioni solo tue».
«E poi c’è la sorpresa che frasi create da te e per te corrispondano ad altri», dice Chiara. «Certo, è una caratteristica che appartiene alla poesia in generale; il fatto che non possa esserci un’astuzia delle emozioni, un testo che nasca con la precisa intenzione di piacere. Perlomeno non ai livelli di sfacciataggine della narrativa, dove esiste il romanzo pensato per i fan di Dan Brown e quello per le casalinghe disperate, quello che dà una gomitata complice ai ragazzi e quello che mette la spalla a disposizione dei critici perché ci diano un colpetto di approvazione. Ecco, il fatto che la poesia dorsale condivida questa virtù di purezza con la sorella nobile ci è molto piaciuto».
Virtù che però è a tutto vantaggio della narrativa di ogni genere e qualità, perché sicuramente nella poesia dorsale non ci sono corsie preferenziali nella scelta di un libro. «So che suona azzardato», aggiunge Silvano Belloni, «ma in questa assoluta democrazia che prescinde dal valore e dalla notorietà di un titolo, per quelli
dimenticati (e magari per più di una ragione, non si discute) è un po’ come godere di una seconda possibilità. Prima di tutto perché posano per uno still life inedito. E poi perché - sia che arrivino da angoli sconosciuti di casa propria o da una libreria dell’usato fra le cose fuori catalogo che i commessi ti implorano di portare via a 1 euro - i titoli che ti consentono di fare una poesia assolvono a un compito diverso da quello originale. Possono infatti diventare protagonisti di una serata fra amici che si sfidano al miglior componimento dorsale oppure il valore aggiunto di un regalo decisamente particolare: cinque libri che formano una poesia dedicata a chi la riceve. Tutti i libri sono un po’ complici e un po’ vittime.
Noi, per pareggiare i conti, li citiamo tutti, sia nelle opere esposte in mostra a Belgioioso e in iniziative future, sia sul sito che abbiamo aperto. È lì che contiamo di stare nei prossimi tempi».

